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SISTEMA INTEGRATO 0-6

“Le mani per pensare”

Fare scienza tra percezione e immaginazione

Il laboratorio “Le mani per pensare” di Sara Paleri ha proposto un approccio all’educazione scientifica che intreccia percezione, immaginazione e cooperazione. Partecipando direttamente al laboratorio, è stato possibile osservare da vicino le dinamiche e i processi attivati, cogliendone la profondità educativa.

L’esperienza, rivolta agli adulti e finalizzata ad attivare strategie da trasferire nelle proprie sezioni, ha preso avvio dalla costruzione di un gruppo di lavoro collaborativo, fondato su parole chiave come reciprocità, ascolto attivo, osservazione e rispetto dei punti di vista, delle azioni e dei materiali.

I partecipanti sono stati invitati a esplorare i materiali a partire dalle sensazioni percettive (piacere, fastidio), per poi interrogarsi su come un bambino o una bambina possa muoversi all’interno di un contesto cooperativo di ricerca. L’attività ha preso forma attraverso un’esperienza concreta: osservare la dissoluzione di una compressa effervescente in acqua.

Divisi autonomamente in piccoli gruppi, i partecipanti hanno scelto come procedere, ponendosi domande sulle variabili in gioco: quanta acqua utilizzare? per quanto tempo osservare? Fin dalle prime fasi è emersa con evidenza la dimensione soggettiva dell’esperienza: ciascuno ha agito sulla base del proprio vissuto personale. C’è chi ha utilizzato poca acqua, per una preferenza legata all’esperienza quotidiana (“non mi piace bere l’aspirina, ne metto il meno possibile”), chi ne ha versata di più per osservare meglio il fenomeno (“se devo osservare, voglio un ampio spazio di osservazione” e chi si è affidato a un riferimento “misurabile”, come una tacca sul contenitore (“la tacca sta ad indicare il livello da riempire!”).

Il confronto ha portato il gruppo a interrogarsi sul ruolo delle variabili, quantità di acqua, tempo, modalità di osservazione, e sulla loro effettiva pertinenza nel processo di indagine. Parallelamente, è stato interessante immaginare le possibili interpretazioni dei bambini, mettendo in dialogo il pensiero adulto con quello infantile.

A partire anche da esperienze già realizzate con i bambini, sono emerse spiegazioni ricche e intuitive: l’acqua “fa spazio” al sasso ma non lo scioglie, perché le sue particelle sono tenute insieme da legami molto forti; l’aspirina, invece, si fa spazio facilmente tra le gocce d’acqua che la “lasciano passare”, si frammenta progressivamente fino a dissolversi, liberando bollicine che salgono verso l’alto per poi depositarsi sul fondo. Le bolle, secondo lo sguardo immaginativo dei bambini, “non vogliono scoppiare” quando sono immerse nell’acqua, “perché sentono l’acqua intorno a loro” ma si lasciano andare quando in superficie incontrano l’aria (“l’aria delle bolle vuole unirsi all’aria sopra l’acqua”).

Il laboratorio si è concluso con un’attività di “teatro didattico dei materiali”, in cui gli elementi coinvolti – acqua, compressa, bolle, persino il tavolo – sono stati messi in dialogo: “Racconta la storia dal punto di vista dell’acqua, o del bicchiere, o dell’aspirina, o…….” Un esercizio che ha permesso di esplorare il fenomeno scientifico attraverso il linguaggio narrativo e simbolico, stimolando nuove domande:

quelle bolle sono davvero di aria, come dicono i bambini, o si tratta di altro?

L’acqua adesso è diversa da quella che abbiamo usato per riempire il bicchiere?

Come si spiega che le bolle salgono? Come si spiega la velocità delle bollicine?

Da questa semplice esperienza si può costruire un repertorio di problemi. Dalla rappresentazione dello scioglimento può scaturire un insieme di domande che prepara la fase successiva della ricerca: quella della rappresentazione quantitativa e microscopica dello scioglimento stesso.

La batteria di problemi che emerge dall’osservazione dell’intero processo dà così vita al repertorio di problemi della solubilizzazione:

Cosa vuol dire sciogliersi? Come deve essere fatta una cosa per sciogliersi? Cosa si vede quando una cosa si è sciolta?

In quale stato fisico (solido, liquido, gassoso) viene a trovarsi una sostanza, inizialmente solida, quando si scioglie?

Cosa succede al volume del solvente quando il soluto (aspirina, zucchero) si è sciolto?

Cosa succede al peso complessivo?

Come si spiega il fatto che il soluto non rimane a galla ma precipita sul fondo?

Come si spiega la velocità?

Cosa succede quando si mescolano particelle con sapore (sale, zucchero) con particelle insapori?

Cosa ne è del sapore dolce della zolletta quando si scioglie?

Si può dire che è il soluto a penetrare nel solvente o il contrario?

La dolcificazione avviene in tutto il solvente o solo in una parte (nel fondo)?

La sostanza (sale, zucchero, aspirina) è ancora presente alla fine o si è modificata?

Quando la sostanza si è sciolta si deve dire che si è trasformata in una nuova sostanza con proprietà nuove?[1]

Da questo repertorio di domande, generative di conoscenza, germogliano le prime idee di legami chimici, di saturazione, della conservazione o meno delle proprietà delle sostanze e, dalle osservazioni su strutture, sapori e volumi, si passa alla rappresentazione attraverso il disegno scientifico di tutti gli attori della scena a cui si è assistito.

Figura 1 – Modello realizzato da Greta dopo il laboratorio scientifico. Ocre 30 aprile 2026.

Per i bambini più piccoli si può parlare di legami a partire dalle “cose appiccicose “con un laboratorio delle cose che “appiccicano” o che “sporcano”. Allora il repertorio dei problemi sarà:

Come fa lo sporco ad attaccarsi, a penetrare, a diffondersi? Come si sistema dentro lo sporco?

Cosa succede alle parti che vengono sporcate? Come si unisce lo sporco? Come si toglie?

L’acqua da sola ce la fa a togliere lo sporco?

Quanto detergente ci vuole per togliere lo sporco?

Quando lo sporco si stacca toglie via anche qualcosa? (fili, tessuti, colori?)

Nel “Laboratorio delle sporcizie” i bambini e le bambine si divertono a spalmare, pitturare, spruzzare e schizzare, dando vita a macchie di fango, colori, sugo di pomodoro o marmellata. Con le dita, le mani o con i piedini, con timbri e stampini, possono inventare stradine, strisce, pallini e allegri scarabocchi su fogli e grembiulini![2]

L’esperienza portata al seminario ha mostrato come la scienza, nel contesto 0-6, possa nascere dall’incontro tra osservazione, immaginazione e relazione, trasformando ogni attività in un’occasione condivisa di scoperta e dimostrando il valore cooperativo della conoscenza e la costruzione di un repertorio di problemi di realtà.

L’esperienza può essere facilmente riproposta nei contesti educativi utilizzando materiali sicuri e di uso quotidiano, come bicarbonato o pastiglie effervescenti alimentari o altre semplici sostanze alimentari, mantenendo invariato il valore esplorativo e scientifico dell’attività.

Antoniana Aloisio


[1] da I Teatri della chimica di Angelo Rimondi, Pensare per proprietà, pensare per molecole, Volume VI, Tomo 2, Edizioni Junior, pag. 322.

[2] da I Teatri della conoscenza di Angelo Rimondi Esplorare sostanze e trasformazioni, Edizioni Junior, pag. 87.

La cittadinanza scientifica dei bambini e delle bambine.

a cura di Tito Viola

ABSTRACT DELLA RELAZIONE

(appunti non corretti)

Non è compito di questa comunicazione affrontare il “come” si fa educazione alla cittadinanza scientifica. Proverò soltanto a indicare alcuni (solo alcuni) elementi sui quali riflettere insieme per disegnare un profilo di orizzonti nei quali orientarci.


Scriveva Pietro Greco che una democrazia non è forte se non è basata su una grande e diffusa condivisione della conoscenza scientifica. Questo non significa, ovviamente, sapere lo scibile umano, ma acquisire una postura culturale di relazione con il mondo orientata, tra l’altro, da alcune significative competenze:

  1. Atteggiamento di ricerca: essere consapevoli dell’importanza di elaborare le domande legittime in relazione ai problemi piuttosto di avere le risposte “esatte”, con la conseguente attribuzione di valore alle imperfezioni, agli errori, al cambiamento delle opinioni, al pensiero complesso e al senso critico (a partire dal paradigma della falsificazione)
  2. Il principio di responsabilità condivisa: la coerenza tra saperi, valori e comportamenti. La capacità di acquisire il “pensiero cattedrale” (Roman Krznaric) o pensiero a lungo termine, nella consapevolezza che le scelte comportano un’onda lunga che coinvolge il tempo futuro.

La cittadinanza scientifica, quindi, è uno sguardo che non riguarda direttamente e esclusivamente ambiti di tipo disciplinare, ma soprattutto modalità di apprendimento e di crescita trasversali che intridono, in particolare nel percorso unico di istruzione dalla nascita ai sei anni, tutti i campi di esperienza e hanno come condizione un cambio (o una innovazione) di postura della relazione educativa. Questo alla luce non soltanto delle ricerche pedagogiche e delle buone prassi esistenti. Infatti, dobbiamo tenere conto di alcuni fattori che hanno trasformato in modo significativo le ragioni stesse del “costruire” cittadinanza scientifica.

1) Nel 2022 viene integrato l’articolo 9 della Costituzione della Repubblica Italiana.

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.

2) Con la Legge n. 167 del 10 novembre 2025 viene introdotta la VIG – Valutazione di Impatto Generazionale, sia in applicazione delle integrazioni costituzionali, sia nella ricezione di specifici contenuti dell’Agenda 2030

È evidente come questo oggi comporti un vero e proprio cambio di paradigma rispetto al “prima”, per il quale la cittadinanza scientifica diventa una vera e propria condizione per essere cittadini, supera cioè una pur importante visione di opportunità educativa per diventare un diritto.


I bambini e le bambine sono portatori di specificità, atteggiamenti, ricchezze, saperi. Su questo è fondata la centralità della relazione educativa. Però i bambini e le bambine non sono un “mondo a sé”, come spesso raccontano certi stereotipi d’infanzia; i bambini e le bambine nuotano nel mare di tutti. Per questo specifiche riflessioni e punti di vista possono aiutarci a comprendere il contesto generale di riferimento, fondamentale affinché le professioni educanti per la prima infanzia elaborino e accompagnino i processi di cittadinanza scientifica.

Una di queste suggestioni, che condivido con voi perché penso sia significativa anche per il suo carattere interdisciplinare, è quella elaborata da Miles Richardson, tra i maggiori esperti del rapporto tra umani e natura. In una ricerca pubblicata l’anno scorso (Modelling Nature Connectedness Within Environmental Systems: Human-Nature Relationships from 1800 to 2020 and Beyond. Earth 2025, 6, 82) racconta che ci troviamo di fronte, almeno nel nostro occidente, ad una sorta di “estinzione dell’esperienza” dovuta al progressivo inurbamento e alla conseguente perdita di rapporto con l’ambiente e la natura. Drammatica conseguenza è quella che lui chiama “estinzione delle parole”. “L’erosione delle parole legate alla natura rispecchia un cambiamento culturale profondo: la natura non è più un luogo di significati, ma uno sfondo. Il linguaggio riflette ciò che viviamo e ciò che riteniamo importante come società; questo declino segue un nostro allontanamento fisico e psicologico, spinto dall’urbanizzazione, dalla crescita economica e da valori sempre più centrati sull’uomo. Questa contraddizione linguistica non è un dettaglio: indica l’indebolimento del tessuto culturale che un tempo intrecciava la natura con l’identità e l’immaginazione”.

Questo accade in un quadro generale di perdita delle parole, come racconta Julie Huon (La Repubblica, Robinson. 17.05.2026), per la progressiva riduzione del volume delle conversazioni tra umani anche a causa dell’ossessione per gli schermi.


Esistono delle “costanti gravitazionali” che aiutano tutti noi a orientarci per educare alla cittadinanza scientifica? Sicuramente la prima costante è quella di assumere come metodo la disponibilità al cambiamento, che è una qualità professionale. Poi ce ne sono sicuramente altre, ne elenco alcune di seguito

  • Gli ambienti di apprendimento (pascolabili, brucabili, ruminabili)
  • Il problema centrale rispetto al “tema”
  • La cooperazione come carattere scientifico
  • La consapevolezza che narrare il mondo significa “costruirlo”
  • Le domande legittime e generative, con l’esercizio della ricerca, a partire dalle domande dei bambini e delle bambine e al loro carattere esistenziale. A questo proposito ecco qua una significativa suggestione scientifica: https://www.youtube.com/watch?v=CUqRAS-W8Ns&list=RDCUqRAS-W8Ns&start_radio=1

Lorenzo Tozzi: Dimmi perché.

“L’Agorà delle Meraviglie”: laboratorio incentrato sull’esplorazione del ritmo, del gesto magico e dell’equilibrio.

a cura di Marilisa De Dominicis e Antonia Matani

(IC Teramo 1 – Torricella S. – Zippilli – Noè Lucidi)

Le docenti Antonia Matani e Marilisa De Dominicis hanno condotto il laboratorio “L’ Agorà delle Meraviglie”, un incontro formativo all’interno della Giornata Seminariale CANTIERE ZEROSEI tenutasi presso l’I.I.S. “Filippo De Cecco” di Pescara, il 29 maggio 2026.

L’incontro, che ha visto la partecipazione attiva di colleghe provenienti dalle Scuole dell’Infanzia e dagli Asili Nido del territorio, è stato concepito come uno spazio di compartecipazione e ricerca pedagogica, una vera e propria Agorà.

La condivisione dei progetti laboratoriali de “L’ Agorà” è stata incentrata alla scoperta della meraviglia: la meraviglia per il mondo ed il continuo domandare, la naturale tendenza alla ricerca, alla problematizzazione, la necessità di scoprire e inventare, il bisogno di esprimere sé stessi e di essere riconosciuti e riconoscibili come parte attiva nel gruppo.

L’Agorà diventa lo spazio della conversazione e della creazione, esso si focalizza sulla sperimentazione di tre nuclei tematici fondamentali:

L’esplorazione del ritmo: inteso come elemento regolatore, battito vitale e sintonizzazione corporea. Il ritmo, vissuto e esperito nella scoperta e ri-scoperta del corpo, della musica e dell’ascolto reciproco, è stato accolto come colonna portante degli spunti esperienziali proposti.

Il gesto magico: l’uso del corpo e della manipolazione come atto creativo, narrativo e carico di significato. Il movimento, imprescindibile vettore di azione e trasformazione, testimone dell’esserci e dell’agire, ha reso possibile – e credibile – la trasmutazione di un oggetto qualunque in un incanto, in una meraviglia, in un racconto.

L’equilibrio: inteso sia nella sua dimensione fisica e psicomotoria, che come ricerca di stabilità emotiva, come ricerca del coraggio e del desiderio di mettersi in gioco all’interno di un clima accogliente, inclusivo, non giudicante. L’equilibrio viene esplorato con l’ambizione e la sfida costante dell’esser-ci, di stare nello spazio e nel mondo circostante, esplorando il proprio peso, il proprio (e l’altrui) spazio, donandosi e sperimentando la fiducia in sé stessi e nel gruppo di lavoro.

Si è trattato di un pomeriggio intenso di formazione “sul campo” volto a coniugare la riflessione teorica con la pratica laboratoriale; agendo in prima persona con strumenti di giocoleria, materiali di recupero e musiche evocative: il gruppo ha sperimentato la condivisione, dimostrando come la meraviglia sia il motore principale, non solo dell’apprendimento dei bambini, ma anche della passione educativa degli adulti.