Fare scienza tra percezione e immaginazione
Il laboratorio “Le mani per pensare” di Sara Paleri ha proposto un approccio all’educazione scientifica che intreccia percezione, immaginazione e cooperazione. Partecipando direttamente al laboratorio, è stato possibile osservare da vicino le dinamiche e i processi attivati, cogliendone la profondità educativa.
L’esperienza, rivolta agli adulti e finalizzata ad attivare strategie da trasferire nelle proprie sezioni, ha preso avvio dalla costruzione di un gruppo di lavoro collaborativo, fondato su parole chiave come reciprocità, ascolto attivo, osservazione e rispetto dei punti di vista, delle azioni e dei materiali.
I partecipanti sono stati invitati a esplorare i materiali a partire dalle sensazioni percettive (piacere, fastidio), per poi interrogarsi su come un bambino o una bambina possa muoversi all’interno di un contesto cooperativo di ricerca. L’attività ha preso forma attraverso un’esperienza concreta: osservare la dissoluzione di una compressa effervescente in acqua.
Divisi autonomamente in piccoli gruppi, i partecipanti hanno scelto come procedere, ponendosi domande sulle variabili in gioco: quanta acqua utilizzare? per quanto tempo osservare? Fin dalle prime fasi è emersa con evidenza la dimensione soggettiva dell’esperienza: ciascuno ha agito sulla base del proprio vissuto personale. C’è chi ha utilizzato poca acqua, per una preferenza legata all’esperienza quotidiana (“non mi piace bere l’aspirina, ne metto il meno possibile”), chi ne ha versata di più per osservare meglio il fenomeno (“se devo osservare, voglio un ampio spazio di osservazione” e chi si è affidato a un riferimento “misurabile”, come una tacca sul contenitore (“la tacca sta ad indicare il livello da riempire!”).
Il confronto ha portato il gruppo a interrogarsi sul ruolo delle variabili, quantità di acqua, tempo, modalità di osservazione, e sulla loro effettiva pertinenza nel processo di indagine. Parallelamente, è stato interessante immaginare le possibili interpretazioni dei bambini, mettendo in dialogo il pensiero adulto con quello infantile.
A partire anche da esperienze già realizzate con i bambini, sono emerse spiegazioni ricche e intuitive: l’acqua “fa spazio” al sasso ma non lo scioglie, perché le sue particelle sono tenute insieme da legami molto forti; l’aspirina, invece, si fa spazio facilmente tra le gocce d’acqua che la “lasciano passare”, si frammenta progressivamente fino a dissolversi, liberando bollicine che salgono verso l’alto per poi depositarsi sul fondo. Le bolle, secondo lo sguardo immaginativo dei bambini, “non vogliono scoppiare” quando sono immerse nell’acqua, “perché sentono l’acqua intorno a loro” ma si lasciano andare quando in superficie incontrano l’aria (“l’aria delle bolle vuole unirsi all’aria sopra l’acqua”).
Il laboratorio si è concluso con un’attività di “teatro didattico dei materiali”, in cui gli elementi coinvolti – acqua, compressa, bolle, persino il tavolo – sono stati messi in dialogo: “Racconta la storia dal punto di vista dell’acqua, o del bicchiere, o dell’aspirina, o…….” Un esercizio che ha permesso di esplorare il fenomeno scientifico attraverso il linguaggio narrativo e simbolico, stimolando nuove domande:
quelle bolle sono davvero di aria, come dicono i bambini, o si tratta di altro?
L’acqua adesso è diversa da quella che abbiamo usato per riempire il bicchiere?
Come si spiega che le bolle salgono? Come si spiega la velocità delle bollicine?
Da questa semplice esperienza si può costruire un repertorio di problemi. Dalla rappresentazione dello scioglimento può scaturire un insieme di domande che prepara la fase successiva della ricerca: quella della rappresentazione quantitativa e microscopica dello scioglimento stesso.
La batteria di problemi che emerge dall’osservazione dell’intero processo dà così vita al repertorio di problemi della solubilizzazione:
Cosa vuol dire sciogliersi? Come deve essere fatta una cosa per sciogliersi? Cosa si vede quando una cosa si è sciolta?
In quale stato fisico (solido, liquido, gassoso) viene a trovarsi una sostanza, inizialmente solida, quando si scioglie?
Cosa succede al volume del solvente quando il soluto (aspirina, zucchero) si è sciolto?
Cosa succede al peso complessivo?
Come si spiega il fatto che il soluto non rimane a galla ma precipita sul fondo?
Come si spiega la velocità?
Cosa succede quando si mescolano particelle con sapore (sale, zucchero) con particelle insapori?
Cosa ne è del sapore dolce della zolletta quando si scioglie?
Si può dire che è il soluto a penetrare nel solvente o il contrario?
La dolcificazione avviene in tutto il solvente o solo in una parte (nel fondo)?
La sostanza (sale, zucchero, aspirina) è ancora presente alla fine o si è modificata?
Quando la sostanza si è sciolta si deve dire che si è trasformata in una nuova sostanza con proprietà nuove?[1]
Da questo repertorio di domande, generative di conoscenza, germogliano le prime idee di legami chimici, di saturazione, della conservazione o meno delle proprietà delle sostanze e, dalle osservazioni su strutture, sapori e volumi, si passa alla rappresentazione attraverso il disegno scientifico di tutti gli attori della scena a cui si è assistito.

Figura 1 – Modello realizzato da Greta dopo il laboratorio scientifico. Ocre 30 aprile 2026.
Per i bambini più piccoli si può parlare di legami a partire dalle “cose appiccicose “con un laboratorio delle cose che “appiccicano” o che “sporcano”. Allora il repertorio dei problemi sarà:
Come fa lo sporco ad attaccarsi, a penetrare, a diffondersi? Come si sistema dentro lo sporco?
Cosa succede alle parti che vengono sporcate? Come si unisce lo sporco? Come si toglie?
L’acqua da sola ce la fa a togliere lo sporco?
Quanto detergente ci vuole per togliere lo sporco?
Quando lo sporco si stacca toglie via anche qualcosa? (fili, tessuti, colori?)
Nel “Laboratorio delle sporcizie” i bambini e le bambine si divertono a spalmare, pitturare, spruzzare e schizzare, dando vita a macchie di fango, colori, sugo di pomodoro o marmellata. Con le dita, le mani o con i piedini, con timbri e stampini, possono inventare stradine, strisce, pallini e allegri scarabocchi su fogli e grembiulini![2]
L’esperienza portata al seminario ha mostrato come la scienza, nel contesto 0-6, possa nascere dall’incontro tra osservazione, immaginazione e relazione, trasformando ogni attività in un’occasione condivisa di scoperta e dimostrando il valore cooperativo della conoscenza e la costruzione di un repertorio di problemi di realtà.
L’esperienza può essere facilmente riproposta nei contesti educativi utilizzando materiali sicuri e di uso quotidiano, come bicarbonato o pastiglie effervescenti alimentari o altre semplici sostanze alimentari, mantenendo invariato il valore esplorativo e scientifico dell’attività.
Antoniana Aloisio
[1] da I Teatri della chimica di Angelo Rimondi, Pensare per proprietà, pensare per molecole, Volume VI, Tomo 2, Edizioni Junior, pag. 322.
[2] da I Teatri della conoscenza di Angelo Rimondi Esplorare sostanze e trasformazioni, Edizioni Junior, pag. 87.













